domenica 19 aprile 2009

La Crisi minaccia L'Unione

Parigi, 31 marzo 2009. François Henri Pinault, erede del gruppo PPR, uno dei giganti mondiali del lusso e della distribuzione, viene bloccato per un'ora dentro un taxi dai dipendenti di Fnac e Conforama, due dei marchi più colpiti dalla crisi, dopo l'annuncio di un taglio di 1200 posti. Grenobles. I dipendenti della filiale francese di Caterpillar, fabbricante americano di macchinari per i cantieri edili, sequestrano l'amministratore delegato e quattro manager. Esasperati dalla prospettiva di 733 licenziamenti, i lavoratori cercano così di ottenere indennità di licenziamento più alte e garanzie sul mantenimento dei siti produttivi. Londra, 28 marzo 2009, G20. 35.000 persone sfilano per le strade della città chiedendo aiuti per i paesi in via di sviluppo, ma anche un capitalismo più equo, e maggiore attenzione ai cambiamenti climatici e alla tutela dell'ambiente. Nel corso dei sei giorni di summit (e manifestazioni di protesta che lo accompagneranno) morirà un uomo, stroncato da un infarto dopo le cariche della polizia.
La crisi mette in ginocchio l'Europa ed è rischio tensioni sociali. Da un'inchiesta recentemente pubblicata dal "New York Times" emerge che, nonostante in Europa esista un welfare abbastanza sviluppato, il crescente tasso di disoccupazione (che secondo l'Eurostat ha raggiunto in febbraio una media dell'8.5%, rispetto al 7.2% dell'anno precedente) sta generando seri problemi di ordine sociale ed economico. In particolare l'inchiesta sottolinea la frammentazione del sistema sociale che, variando da stato a stato, non permette di affrontare in forma coordinata (a livello europeo) il problema generando notevole differenza di condizioni tra i lavoratori/disoccupati nei diversi stati.
Il problema più grande tuttavia, e quello che genera la maggiore instabilità, sembra essere la durata della crisi. Il sistema sociale, infatti, funziona quando deve tamponare un tasso di disoccupazione contenuto con un mercato del lavoro dinamico, tuttavia se, come ci si aspetta, si verificherà un lungo periodo di crisi, il welfare non sarà più la soluzione.
Le tensioni sociali però rappresentano solo l'ultimo dei campanelli di allarme. La mancanza di una reale unità politica ha reso l'Europa estremamente fragile di fronte all'arrivo di una crisi economica di considerevole portata. Nonostante i numerosi richiami a mantenere un piano ed un progetto comune, ribadita anche al summit anti-crisi tenutosi l'1 marzo a Bruxelles, si percepisce tra i partner una tendenza a dimostrare tendenze protezionistiche. Queste contraddizioni si riflettono nella tradizionale tensione che caratterizza l'Unione tra espansione e contrazione degli stati membri, manifestatasi recentemente nell'opposizione della Germania a realizzare un piano di aiuti unico per i paesi dell'Europa dell'est messi in ginocchio dalla crisi. "Non si può sostenere che la situazione sia la stessa nei paesi dell'Europa centrale e orientale" ha detto ai giornalisti il cancelliere tedesco, Angela Merkel, rispondendo al primo ministro ungherese, Ferenc Gyurcsany, che, dopo aver richiesto lo stanziamento di un fondo speciale, ammoniva sul rischio che si creasse una nuova "cortina di ferro" tra Est e Ovest, tra "Paesi poveri e ricchi". Questo tipo di tensione si è manifestata anche durante il G20 di Londra e il summit Nato a Praga dove abbiamo visto il riproporsi dell'asse franco-tedesco. Se da una parte infatti l'Europa in questo modo riafferma una posizione di forza nei confronti degli Stati Uniti dall'altra riemerge lo spettro dell'Europa a sei, con l'Inghilterra quasi assente (o comunque schiacciata su posizioni americane) e con Francia e Germania perno dell'Unione. E' in questo senso che si possono interpretare le recenti prese di posizione della Merkel e di Sarcozy nei confronti degli Stati Uniti, sia per quanto riguarda la richiesta di una maggiore regolamentazione dei mercati finanziari ma soprattutto per l'ingresso della Turchia in Europa; eventualità della quale Obama si è dimostrato un grande sostenitore incontrando l'opposizione di Francia e Germania. Insomma l'Europa cresce ma il problema rimane sempre lo stesso: l'unione economica non può sostituire quella politica. La domanda dunque è: dopo quaranta lunghi anni di difficile vita, quali sono questi valori comuni su cui dovremmo fondare la nostra unità? Sarebbe opportuno cominciare a chiederselo.

venerdì 20 marzo 2009

in ricordo

solo un piccolo post per ricordare chi non è più tra noi ma, nella sua breve vita, ha fatto molto per aiutare il prossimo.
Un piccolo ricordo per Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi da un commando di mercenari a Mogadiscio il 20 marzo 1994.
Un pensiero anche per Don Giuseppe Diana ucciso dalla camorra nella sacrestia della sua chiesa a Casal di Principe il 19 marzo 1994.


- Non ho bisogno di una lapide, ma
Se voi avete bisogno di una per me
Vorrei che ci fosse scritto:
"Ha fatto delle proposte; noi
Le abbiamo accettate".
Con una tale incisione saremmo
Onorati tutti quanti. -

Bertold Brecht

domenica 15 marzo 2009

Guatemala: il governo si impegna a risarcire le vittime dei massacri di Rio Negro.

Rabinal, Provincia di Baja Verapaces. Dopo sette mesi di lunga contrattazione, lo scorso 20 novembre i rappresentanti del Coordinamento delle Comunità Indigene (COCAHICH) hanno firmato un accordo con l'attuale presidente Alvaro Colom Caballeros, con il quale il governo si impegna a garantire un risarcimento per i sopravvissuti dei massacri di Rio Negro.
Tra il 1980 e il 1984 gli squadroni paramilitari e l'esercito regolare hanno ucciso circa 4000 persone (444 nel solo villaggio di Rio Negro) appartenenti a popolazioni indigene di lingua Achí (fonte: ADIVIMA; Advocay Progect). La loro colpa era di vivere su terre che lo Stato aveva destinato - grazie ai finanziamenti ricevuti dalla Banca Mondiale e Dalla Banca Interamericana di Sviluppo - alla realizzazione di un grande progetto: la costruzione di una diga (la diga di Chixoy) che avrebbe finalmente permesso al Guatemala di raggiungere l'autonomia per l'approvvigionamento di energia elettrica. Le famiglie sopravvissute ai massacri furono trasferite a Pacux, uno dei cosiddetti “villaggi modello”, dove le Comunità erano tenute sotto stretto controllo dell'esercito e ridotte a vivere in povertà.
Nel 1998 il COCAHICH, come parte dell'ADIVIMA - un'associazione che dal 1993 lotta per ottenere memoria, verità, giustizia e risarcimento per le vittime dei massacri - avvia, con il sostegno di alcune ONG straniere, una campagna di sensibilizzazione a livello internazionale per richiedere l'assunzione di responsabilità da parte dello stato e dei finanziatori della diga per le violazioni dei diritti umani perpetrate a danno delle comunità indigene. Nel 2004, dopo che circa 2000 indigeni avevano occupato pacificamente il bacino della diga per 36 ore, si giunge alla firma di un primo accordo che vede le parti in causa (Stato, l'Istituto Nazionale per l'Elettricità (INDE), la Missione Permanente delle Nazioni Unite in Guatemala e le comunità indigene) impegnate a trovare al più presto una soluzione per le famiglie ancora sfollate, e prevede la realizzazione di un tavolo di negoziazione a cui dovranno prendere parte anche rappresentanti della Banca Mondiale e Della Banca Interamericana di Sviluppo (fonte CDCA). I negoziati sono ripresi nel marzo del 2008 quando i rappresentanti del COCAHICH hanno firmato un nuovo accordo con il vice presidente Rafael Espada, ma le trattative si sono nuovamente arenate per, secondo le comunità indigene, la mancanza, da parte del governo, di una volontà reale di ascolto nei loro confronti (fonte: Advocay Project). Lo scorso ottobre, infine, rappresentanti del COCAHICH hanno aperto un dialogo con la first lady, Sandra Colom de Caballeros, grazie alla quale hanno ottenuto l'interessamento del presidente stesso. L'accordo siglato il 20 novembre rappresenta una conquista importante per le Comunità Indigene poiché, per la prima volta, il governo è stato costretto a riconoscere i danni e le violazioni dei diritti umani avvenute durante la costruzione della diga e l'obbligo di fornire un risarcimento alle vittime. Il più, tuttavia, rimane ancora da fare; le Comunità si aspettano di vedere risultati concreti già nel corso del 2009 altrimenti richiederanno l'intervento della Commissione Interamericana dei Diritti dell'Uomo.